Il primo si chiama Elzéard Bouffier, descritto nel racconto di Jean Giono L’uomo che piantava gli alberi: un vecchio omone solitario e di poche parole, eppure generoso, altruista e in pace con sé steso. L’uomo decide di andare ad abitare nella campagna arida provenzale, descritta come «deserto di lande nude e monotone», dove passerà indefesso il resto della sua vita a piantare alberi, incurante sia degli uomini sia dei due conflitti mondiali (siamo nel primo Novecento). Una vita all’insegna della lentezza, del silenzio, della quiete solitaria. Il secondo personaggio è il partigiano Paride Allegri, morto il 5 ottobre del 2012. Per un approfondimento consiglio il libro Il viaggio di un resistente. Per un mondo fraterno senza armi e rispettoso del creato, a cura della giornalista Giovanna Boiardi. Basti sapere che Paride si trasferisce nella campagna reggiana dopo una vita intensa e movimentata (dopo la guerra in particolare), e fonda la comune di Cà Morosini a Vezzano. L’idea di Paride era quella di creare una casa agricola aperta, in un luogo allora spoglio e privo di natura: grazie al suo lavoro oggi là si contano circa 3000 alberi. Paride Allegri, che è il fondatore del movimento Resistenza Verde nel 1987 al culmine del fenomeno di rapallizzazione, oltre che aver ricoperto ruoli amministrativi, è stato un convinto militante nella difesa dell’ambiente a livello pubblico.
Lo spettacolo prende il via da una situazione di disagio psicofisico del cittadino, interpretato dai due attori in modo efficace, anche se un po’ retorico. Il frastuono e l’insostenibilità ecologica della città sembrano portare un disturbo ai due protagonisti, che in accordo scelgono l’esilio volontario in campagna: «Ho deciso di andarmene dalla città. Perché vedo la mia terra deperire giorno per giorno. Ferita da fabbriche, inquinamento e abbandonata dai contadini», esordiscono all’unisono. E la decisione è subito presa. Basta poco per far capire il trasferimento, che ha un sapore di libertà, è sufficiente un gesto simbolico: via le scarpe e la cravatta, ed è subito una nuova aria. Le 11 piccole scene (lo spettacolo dura circa un’ora) si svolgono su un telo rosso di circa 4×4 metri che simboleggia il suolo arido e desolato. Il nucleo dello spettacolo è un elemento fondamentale: la terra. Con la coltivazione della terra infatti comincerà la nuova vita di Fabio e Giovanni, lavorata con pazienza ma anche gioia finché darà loro frutti e alberi.
C’è una certa vicinanza di tutto questo con la Bibbia; le fonti dicono che Jean Giono ne era un lettore, e nel suo libro sono numerosi i riferimenti a proposito. Come quando per esempio, parlando di Elzérad, lo definisce «un atleta di Dio», oppure un «vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio». Vengono in mente le continue esortazioni filo-ambientaliste di Papa Francesco. Nella sua enciclica Laudato Si’ del 2015, soprattutto, ci ricorda che le Sacre Scritture «ci invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo». E spiega: «mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare». Un principio che troviamo anche in altri ambiti, come nell’associazione Slow Food, fondata da Carlo Petrini nel 1986. Come riporta il sito della stessa associazione, la terra «è la base della nostra alimentazione, dei nostri paesaggi, del nostro benessere, cioè del nostro del nostro futuro». Ma anche in senso più ampio lo Slow Food è una presa di posizione contro «l’industrializzazione» e quindi la «velocità» che caratterizza i ritmi di vita, che tende a modificare di conseguenza la produzione e il consumo degli alimentati, e quindi la loro genuinità.
Lo spettacolo Il cerchio dei ciliegi è quindi più che una semplice messa in scena per ragazzi: è un insegnamento che va aprendosi a principi più ampi, come quelli concreti dello Slow Food, o quelli teologici di Papa Francesco. Con sintesi e immediatezza riesce a comunicare anche ai più piccoli l’importanza delle loro responsabilità nei confronti della loro terra e del loro futuro, cominciando a comprendere sin da piccoli che vivere in un mondo sostenibile significa vivere meglio.
Damiano Perini
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Redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee.